Arnold Böcklin, Autoritratto con la Morte che suona il violino

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Fra i pittori, è sicuramente tra i miei preferiti lo svizzero Arnold Böcklin (Basilea 1827 – San Domenico di Fiesole, Firenze 1901) per tre motivi che qui di seguito riassumerò brevemente:

– è pittore della natura
– è pittore di esseri fantastici
– ha dipinto un quadro per me immortale

E’ pittore della natura

Böcklin dipinge la natura, una natura misteriosa e affascinante, che è paesaggio interiore, specchio esteriore dell’anima.
Una natura anche e soprattutto nostrana.
Innamorato del Belpaese, vi soggiornò a lungo e diverse volte, sposò una donna italiana da cui ebbe dodici figli e morì a Fiesole, toscano di adozione.
La sua natura, indomita e selvatica, è per me molto suggestiva.
Böcklin ama dipingere le rovine del passato disseminate per la campagna fuori le porte di Roma lasciate nei secoli in abbandono e al momento del crepuscolo, quando cioè il giorno al suo declino, scomparendo dietro quei ruderi, si fa metafora di un mondo e di una bellezza – il mondo antico, il mondo classico – ormai dissolti, definitivamente tramontati, irrimediabilmente perduti e destinati a non ripetersi nella storia.
E che ci parla in questa precisa coincidenza “temporale”, dagli anonimi resti dei suoi monumenti che in quest’ora del giorno palpitano di un’ultima luce fusa, mentre conobbero il loro massimo splendore in altre epoche nelle ore calde e luminose dell’alba e del meriggio, quando cioè i gloriosi marmi scintillavano al sole, prima di essere nelle epoche a venire depredati dagli sciacalli.

E’ pittore di esseri fantastici

L’umanità ritratta da Böcklin è un’umanità ibrida, di semiuomini e semidei, potremmo dire un “bestiario umano”: sono fauni, sirene, naiadi, tritoni e centauri rappresentati in pose e faccende umane, comuni per gli umani, eccetto per le ambientazioni caratteristiche dei loro rispettivi “habitat” mitologici.
Scorrendo i quadri più significativi della sua produzione possiamo enumerare il dio silvestre Pan che si esercita al suo flauto nascosto fra i giunchi di una brumosa palude (immagine della quiete solitaria dell’artista), infanti-pesce o cuccioli di tritone colti nell’ingenua vertigine di innocui giochi d’acqua, sirene che si divertono impudemente fra scogli e flutti, e che dalle espressioni perfettamente naturali – si direbbe ordinarie – si sarebbe tentati di classificare con il titolo moderno di “bellezze al bagno”, e che evocano grottescamente l’immagine estiva dei bagnanti in villeggiatura nelle nostre affollate coste e riviere balneari, ancora una sirena che si lancia in uno spericolato tuffo acrobatico da uno sperone di roccia nella sterminata piscina di un mare in burrasca e centauri che si accapigliano in prese di lotta libera (uno con un grosso masso sopra la testa nell’atto di scagliarlo ci fa capire che è ben altro, tuttavia, l’impeto e l’energia coinvolti in questi antagonismi).

Böcklin, in altre parole, raffigura gli esseri umani attraverso la personificazione non allegorica né mitologica dei loro istinti, ma si direbbe “zoologica” – l’amore vissuto nella sua dolce brutalità, la forza fisica espressa senza il controllo della ragione – e sembra indicarci che la via di essere uomini, o più uomini di quel che siamo, passa necessariamente attraverso i nostri istinti, che i nostri istinti costituiscono la nostra più profonda, primordiale umanità, frustrati e mal repressi dalle culture o dalle ideologie.
La sua opera sembra vagheggiare, non senza una avvertibile, profonda nostalgia – ecco il perchè del ricorso alle figure del mito – un ritorno ad uno stato di purezza edenica, un riflusso primigenio al primitivo.

Autoritratto con la Morte che suona il violino

Questo è uno dei quadri più efficaci e sorprendenti che mi sia mai capitato di conoscere, benché soltanto attraverso riproduzioni di più o meno varia qualità, e per diverse ragioni.
Una è prettamente, eminentemente tecnica: chiunque può accorgersi, notare ed apprezzare la straordinaria capacità e perizia di quest’opera straordinaria, il realismo eccelso, che già per questo motivo merita di essere annoverato fra i capolavori del genere del ritratto.
Ma gli argomenti che ci interessano sono altri.
Il tema tipicamente barocco del “memento mori”, della caducità della vita umana, del carattere frivolo ed effimero dell’esistenza, è qui affrontato in maniera sottile e concettualmente geniale.
Già il fatto che un autoritratto, e cioè l’opera nella quale per definizione un artista raffigura se stesso, nelle proprie fattezze reali – ma anche in come si percepisce, nell’immagine che ha di sè -, ci faccia imbattere nella figura orrida e ripugnante di uno scheletro è tutto dire…
E’ una cosa insolita, e perciò originale.
Certo, si possono contare numerose opere, soprattutto nel Seicento, in cui nella composizione pittorica fosse presente un teschio, o una clessidra ecc. – rappresentazioni simboliche della morte, del tempo che fugge, della “polvere che siamo” che si annulla e si azzera -, elementi che gli autori inserivano a mo’ di avvertimento, come monito di riflessione, un appello cioè a non sopravvalutare la vita e nel contempo a non sottovalutare la morte (si pensi alle varie iconografie di San Girolamo).
Ma era per così dire una cosa posticcia, “esterna” alla vicenda rappresentata, e riguardava più che altro una consapevolezza, la sensibilità di un’epoca che convisse a lungo con la morte, durante il secolo della terribile peste europea, la spietata Morte Nera.
L’artista si ritrae durante il suo lavoro, con la tavolozza e il pennello in mano, come se l’immagine fosse quella riflessa in uno specchio del suo atelier in cui per caso, per un breve attimo, si fosse rivolto a guardare.
La scena sembra proprio quella: l’immagine del pittore restituita da uno specchio e che il poeta stesso riproduce, immortala, fissa per sempre sulla tela.
Questa idea è suggerita anche dal fatto che l’atteggiamento del pittore ci appare sorpreso da tale improvvisa apparizione: lo tradisce il capo leggermente voltato, la torsione del collo, lo scatto istintivo all’indietro come nell’atto di ritrarvisi per un repentino spavento, per stornare da sè quell’inaspettata, macabra visione.
Il pittore scorge come un riflesso, si accorge che dietro di sè è apparso il funesto fantasma della morte, ed egli non se ne avvede se non ora, appunto, quando un lucido specchio glielo rivela.
Ed è proprio questa la differenza, la pregevole variazione sul tema, il carattere di originalità – a mio modesto parere – di quest’opera: la presenza della morte non è il frutto di una maturata consapevolezza, ma l’amaro esito di un fortuito, accidentale apprendimento.
Essa viene ritratta nella sue più tradizionali sembianze, come scheletro, proiezione futura dell’ineluttabile destino di consunzione del corpo e della carne che attende ogni essere umano, ma in una posa insolita, particolare: mentre, cioè, sta suonando un violino.
Rappresentazione nella rappresentazione.
Quasi a dire che la morte canta la sua muta serenata, come un’innamorata che ci corteggia, e anche se noi non l’udiamo – o fingiamo di non udirla! -, ella è sempre lì ad attenderci, ad eseguire paziente il nostro individuale spartito.
Nel quadro la testa del poeta è voltata verso destra, il cranio dell’inedita musicante verso sinistra: a significare i due destini che si incrociano, che si intrecciano?
Ma c’è una cosa strana, singolare, che ci colpisce nel quadro, un dettaglio allarmante: il violino ha una sola corda.
E le altre? Che fine hanno fatto le altre tre?
Si sono rotte.
Ed evidentemente non sono più state riparate…
L’archetto brandito dalle dita scheletriche della morte si muove carezzando, si direbbe cullando l’ultima corda rimasta intera sullo strumento.
E scatta qui, immediatamente, l’associazione con l’antico mito greco delle tre Moire (o Parche dei latini): Cloto, Atropo e Lachesi, che si immaginavano alla spola degli umani destini (la prima “filava” lo stame della vita, la seconda ne dispensava le trame e ne stabiliva la durata, e la terza, inesorabile, recideva il filo al momento stabilito), e sul cui operato non avevano potere di interferire neppure gli altri dei del consesso olimpico.
L’ultima corda del violino ci rimanda alla scarsa, ultima sabbia di una clessidra ormai prossima al definitivo svuotamento.
E’ un conto alla rovescia.
Come non intendervi, indovinarvi il filo, esile, sottile, fragile (perchè ultimo!) della vita stessa del pittore?
Quando anche l’ultima corda sarà saltata, spezzata, quando l’ultima nota sarà suonata, quando l’ultimo fuso verrà bruscamente tagliato, sarà la fine, scoccherà anche l’ultima ora.
L’autore ci dà così l’idea, ce ne offre l’immagine, che la sua vita, per un qualche motivo a noi oscuro, sconosciuto (l’uomo è ancora nel pieno vigore dei suoi anni, non più giovane ma non certo già vecchio) vive con la morte alle spalle, si sente braccato, avverte che la morte sta allungando la sua ombra sui suoi passi.
E tutto ciò lo comunica con un’immagine, in un “flash”, in un istante.
Semplicemente geniale.
Il quadro ci mostra anche due arti a confronto: la pittura e la musica.
Ma l’ultima parola, o meglio, l’ultima nota in questo caso è della musica.
Ed è una nota di silenzio.
A cui segue il buio, lo spento nulla, il silenzio dell’eternità.

(mercoledì 3 dicembre 2008)

2 pensieri su “Arnold Böcklin, Autoritratto con la Morte che suona il violino

  1. Il tuo commento su questo straordinario quadro di Bocklin è mirabile, davvero complimenti. Amo quel pittore che ha vissuto in Toscana e ci ha lasciato un’opera che amo: “L’Isola dei Morti” che raffigura il Cimitero di Porta a’ Pinti, impropriamente detto “Cimitero degli Inglesi “. In realtà il terreno appartiene alla Chiesa riformata Svizzera…

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